The Big White Rabbit – Intervista

Autore: Ermanno M.  //  Categoria: Folk rock, Interviste

“Slautherhouse” è un dischetto coinvolgente, creato da un trascinatore malinconico come “The Big White Rabbit”, che mescola rock, folk, punk e un pizzico di blues.

Intervistiamo Max Sobrero, la sola e unica mente di questo progetto.

1.    Benvenuto Max, complimenti per “Slaughterhouse” presenta il tuo progetto ai lettori.

R. Grazie! il progetto è nato circa 2 anni fa, senza alcuna pretesa se non quella di fissare alcune idee su “nastro” è stato registrato nell’arco di 6 mesi tra il mio home studio  e la mia ex sala prove. Successivamente ho aperto un account myspace su cui ho caricato 3 brani e l’ho condiviso con i miei amici. Il materiale è piaciuto molto e Diego Banchero (Recondita Stirpe, Egida Aurea) mi ha convinto a spingermi più avanti e a pubblicare il disco.

Mi ha messo in contatto con Felice Capece della Hellektroempire, con cui aveva già collaborato in passato, che si è mostrato entusiasta all’idea di produrre il materiale con la sua nuova etichetta, la Black Light District. Decisi dunque di abbandonare i miei propositi di una “friends release” e decisi di pubblicarlo. (ovviamente i miei amici ne hanno avuto una copia gratuitamente come era mia intenzione dall’inizio).

Max  the big white rabbit

2.    Come mai l’idea di amalgamare sonorità che spaziano tra folk rock e punk?…Nick Cave, Talking Heads, David Bowie, Johnny Cash, possiamo citare i seguenti autori tra le tue principali influenze?

R. Assolutamente si, quelle che hai citato sono tra le mie maggiori ifluenze, a cui va aggiunto Frank Black (ex leader dei Pixies),  Calexico, Gun Club e tante altre cose di cui non mi rendo nemmeno conto che penso sarebbe impossibile citarle tutte. L’amalgama di generi nasce più che altro da i miei ascolti principali, cerco di creare pezzi che a me piacerebbero, non di seguire qualche corrente particolare per cui scelgo le sonorità in base al mio gusto personale.

3.    Ci risulta che tutti gli strumenti presenti nel disco sono suonati unicamente da te, come nasce una tua canzone?

R. si, musicalmente parlando tendo ad essere un pò autistico quindi per me è difficile, in termini di realizzazione dei brani, avvalermi dell’apporto di altre persone. anche perchè di solito quello che scrivo è molto personale quindi tendo ad esserne piuttosto “geloso” e forse c’è in questo anche una sorta di timidezza nell’esporre ad altri le cose che scrivo prima che queste siano ultimate.

Di solito le canzoni nascono dall’argomento che svilupperò nel brano. talvolta può essere semplicemente venirmi in mente un titolo che potrebbe essere interessante, oppure qualche strofa del testo, o anche una semplice melodia associata a parole. successivamente viene la chitarra che è lo strumento col quale compongo tutti i brani. parto di solito da un armonia piuttosto semplice e poi ne elaboro l’arrangiamento anche in base al testo che sviluppo parallelamente

4.    Quali argomenti trattano i tuoi testi, cosa vuoi trasmettere a chi ti ascolta?

R. per quanto riguarda i testi Slaughterhouse è una sorta di “concept” in cui tento di analizzare alcuni aspetti della natura umana. Il brano iniziale, The Future, serve a dare un dove e un quando alle storie che seguiranno. se fai caso al testo del pezzo noterai che, nonostante il titolo, i tempi verbali sono utilizzati in maniera confusa parlando di cose che avverranno nel futuro, narrate come se si fossero già svolte e se ne conoscesse già il risultato. questo serve a collocare l’intera storia in un momento circolare del tempo dove l’inizio è anche la fine e viceversa.

Nei brani successivi si susseguono diversi protagonisti, molti dei quali hanno un nome (alcuni dei quali presi a prestito da persone reali), vittime del personaggio narrante. Il concetto è infatti quello di guardare il male da dentro, un pò come in quei film in cui si utilizza la telecamera in soggettiva e vedi le cose come le vedrebbe il protagonista. beh in questo caso il protagonista è chi ascolta che viene “forzato” ad vedere la storia attraverso gli occhi del carnefice.
Detto questo, il disco non vuole essere ne un analisi psicanalitica del male umano, ne un inno alla violenza o altro.. ho semplicemente tentato di capire, a titolo puramente personale, cosa nascondiamo dentro di noi, di cosa siamo capaci nel senso peggiore del termine.

Infatti nel prossimo disco (a cui ho appena iniziato a lavorare) tenterò di ribaltare la cosa e di vivere altre storie guardandole dal lato delle vittime. il titolo provvisorio è Wounds, che significa ferite, e sarà una sorta di seguito ideale di Slaughterhouse.. ma ne riparleremo tra almeno 6 mesi..

5.    Devo dire che l’artwork è di grande impatto,  molto bello nei colori. Cosa rappresenta per te il cuore con tutte quelle cicatrici e un chiodo conficcato al suo interno?

R. Probabilmente la copertina è la prima cosa ad essere nata di questo lavoro. anche perchè è una sorta di “chiave di lettura” per tutto il disco. Come ti dicevo prima, sono molto interessato all’animo umano e alle sue sfumature più scure,ma anche alla vita stessa  e a ciò che affrontiamo tutti i giorni durante la nostra esistenza. ed è appunto questo il significato della copertina: un cuore vecchio, sanguinante, usurato dalle piccole o grandi ferite che ci vengono inflitte ogni giorno dalla vita, dalle altre persone, da noi stessi.

6.    Live in supporto all’album?

R. inizialmente non pensavo che avrei portato Slaughterhouse dal vivo, anche perché avendolo realizzato da solo, non avevo una band vera e propria. Successivamente feci ascoltare il demo ad un amico di vecchia data, Riccardo Pesare (ex Cut of Mica), che, apprezzando il materiale, si disse disponibile a suonare con me nel caso avessi deciso di portare i pezzi dal vivo. successivamente conobbi  Fabio Speranza e Marco Chiesa dei Temple of Deimos che iniziarono a suonare con noi. seguirono un paio di concerti/jam session che ebbero un buon successo e decisi che valeva la pena di rifinire il lineup della band e di fare qualche data. Marco Chiesa (ex Meganoidi) rimase con me come batterista assieme a Riccardo Pesare  al Basso.

Per le ultime date fatte (e anche per la successiva) ha suonato con noi Bernardo Russo dei Kramers (chitarra e tastiere). Ho la fortuna di suonare con alcuni tra i migliori musicisti della scena indipendente genovese, ed ho la fortuna di suonare con persone che stimo tantissimo sia in termini musicali che personali quindi direi che posso ritenermi più che soddisfatto dei risultati ottenuti. Abbiamo Suonato 2 volte al Checkmate Rock Club (punto di riferimento per la musica dal vivo a Genova), al Festival delle Periferie 2009 e abbiamo aperto per Nick Oliveri dei Kyuss al teatro Carignano.

Il 7 gennaio suoneremo nuovamente in un teatro, alla Claque assieme ai Guano Padano e il 23 gennaio al Buridda come headliners. Non suoniamo molto, e suoniamo praticamete soltanto nella nostra città anche se abbiamo ricevuto offerte per suonare fuori, ma purtroppo siamo tutti trentenni e oltre, alcuni di noi hanno famiglia, e abbiamo tutti lavori piuttosto impegnativi e poi comunque non aspiriamo a nulla, suoniamo perché ci va di farlo e ci da molta soddisfazione. Questo, per quanto mi riguarda, basta e avanza.

7.    Come è nato il contratto con la giovane Black Light District, sei soddisfatto del risultato finale del prodotto?

R. Come ho detto prima, è stato il mio amico Diego Banchero a propormi alla Black Light District e con Felice ci siamo trovati subito in sintonia su tutto, anche lui come me ama i prodotti fatti bene quindi abbiamo curato assieme tutti i dettagli, dalla stampa al packaging per far si che il prodotto finale, oltre che bello da ascoltare, fosse anche bello da vedere e personalmente sono davvero soddisfatto di come è venuto.
Mi sono trovato benissimo a lavorare con Felice e anche a livello personale e stiamo cercando di sviluppare una collaborazione più articolata, l’etichetta secondo me ha un gran potenziale e i progetti futuri sono davvero interessanti. Ho sentito alcuni degli artisti che ha per le mani adesso e penso che le uscite saranno tutte di altissimo livello.

8.    Cosa pensi della scena folk rock che si è creata nella nostra penisola in questi anni?..Ci sono gruppi che ti entusiasmano?

R. Penso che ci siano ottime realtà nel genere in italia, Zen Circus, Le Luci della centrale elettrica Marta sui tubi, Moltheni.. I primi che mi vengono in mente ho notato che recentemente, almeno nella mia città, c’è stato un ritorno all’acustico e quindi ad arrangiamenti più tendenti al folk anche da parte di gruppi notoriamente più “duri” che spesso affiancano al loro set normale, anche un set acustico da utilizzare per le serate nelle location più intime. In questo contesto ho visto recentemente suonare sia i 2 Novembre che i Kramers e mi sono piaciuti tantissimo entrambi.

9.    Progetti futuri?

R. come già accennavo prima, ho da poco iniziato a lavorare ad un nuovo album di The Big White Rabbit dal titolo provvisorio “Wounds” (ferite) in cui verranno ribaltate le tematiche proposte in Slaughterhouse. Penso sarà un disco più intimista in termini sonori e probabilmente più personale e meno romanzato in termini di contenuti. durante le (brevissime) ferie natalizie ho iniziato a raccogliere il materiale che ho ed ho registrato un brano ex-novo. Anche questo disco verrà realizzato completamente da me (con forse qualche ospite illustre questa volta) e penso che non vedrà la luce prima dell’estate.. ma chi può dirlo..
Parallelamente sto lavorando assieme ad un progetto collettivo in cui ho coivolto alcuni amici musicisti di genova (Giovanni Chirico e Priscilla Jamone dei Drunken Butterfly e Federico Branca dei Kramers) e altri verranno coinvolti strada facendo. con questo progetto  sto sperimentando, per la prima volta in vita mia, la composizione a più mani. E’ un esperienza interessante e sono molto curioso di vedere che sviluppi avrà questo lavoro. Si intitolerà “Circus” e, almeno musicalmente, avrà una connotazione più folk e meno americana dei miei lavori come TBWR e parlerà di un mondo che si è finalmente sbarazzato dei suoi occupanti.. o quasi..

10.    Max, siamo in chiusura, grazie per il tempo concessoci e buona fortuna!! A te le conclusioni….

R. Grazie a voi per la bella intervista.. le conclusioni.. beh, posso dire che questo disco, per quelle che erano le sue prospettive iniziali, mi ha dato e mi sta dando enormi soddisfazioni personali. Mi ha fatto entrare in contatto con persone nuove, mi ha messo su palchi interessanti con persone interessanti e ha fatto ascoltare le mie turbe psichiche da molte più persone di quante non avrei pensato.. per cui un bel grazie a tutti coloro che, dopo la sua uscita, hanno lavorato per farlo conoscere.

(A cura di Ermanno Martignano)

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1 Commento to “The Big White Rabbit – Intervista”

  1. Johnny Says:

    dici bene all’inizio “un dischetto coivolgente” ma soto sotto è un falso..nulla di cio che promette al primo ascolto lo mantiene in quelli successivi e le aspettative dei fan vengono puntualmente deluse..è come quegli amori estivi che restano indimenticabili se non scavi troppo a fondo.. ;) ) ma d’altra parte da quanto ho capito l’autore in fono non è un professionista, lo fa a scopo amatoriale..no?

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